Arriva un momento in cui non ti riconosci. È di un altro la vita che si agita, di un altro, di un’altra i pensieri. Quelli, i pensieri, li osservi aggirarsi vaghi e svogliati un po’ ovunque attorno, tra le pagine di un depliant o di un libro, sul tavolo su cui poggi i gomiti mentre la tua voce è indaffarata in tutt’altro, tra le due tue scarpe, o perdersi tra i passi della gente subito dopo averli notati venirti incontro, sulla tua stessa strada ma in direzione contraria, e ti volti a guardarli perdersi; li riconosci, ma non sono tuoi. O li guardi affacciarsi appena un po’ più in là, dal piano del tavolo verso un punto indefinito tra il muro e il parqué, così ad un soffio dai tuoi occhi inespressivi eppure così lontani, come si è lontani quando si guarda lontano. E lontano può essere anche quel poco più in là quando non riesci a raggiungerlo, l’orlo della sciarpa appena sotto gli occhi, o il tasto o la matita appena un attimo più in là quando non trovi la forza di tendere le dita, il braccio, di accompagnare la mano; e io non la trovo. E posso allora anche percorrere chilometri avanti e indietro in varie e diverse direzioni in giro per la città, e interscambiare verbi e avverbi e congiunzioni con altrettanto generose voci, e muovere coerentemente ogni fibra di questo corpo per spostarlo da uno scenario all’altro e per suggerire forme di comunicazione e suggerire l’idea che qualcuno lo abiti dentro e stringa e diriga i fili che lo muovono.
Ma non sono miei quei gesti e neanche i passi, né la strada che percorrono né le parole, né le parole che trovano la voce né le parole che mi abitano in silenzio, sfilando come in una promenade domenicale di fantasmi sul lungomare di un mare evaporato in nebbia. Ed è tutto bianco, di quel bianco opaco che non riflette niente, bianco di sale e di sottile strato di polvere.
E potrei decidere di scegliere un momento, un giorno, un’occorrenza da immolare a causa di tutto, risalire ad una colpa, ad uno sventato salto in alto fallito che ha lasciato un pezzo d’anima in fondo al pozzo e me appesa sul bordo freddo di pietra né dentro né fuori ma eternamente in bilico, trattenuta dalla corda dell’indecisione tra il lasciarsi tornare giù - e per contrappeso ricacciare fuori quell’ormai annegato di un secchio che un tempo sapeva come di tanto in tanto svuotarsi e respirare – e l’opportunità di saltarne definitivamente fuori; e muovere qualche passo là, sulla terra vera e compatta, e credibile e ferma, sulla terra in cui si lasciano orme tangibili e resistenti e in cui a volte si finisce persino per rimanerne incastrati con qualche radice.
Restare, oppure, lì sospesa in diagonale, a mezz’aria, con la faccia verso quella terra, con lo sguardo rivolto a quella terra, contando le impronte su quella terra che potrebbe per così poco essere anche mia – e basterebbe così poco, anche solo a voltarsi sulla schiena e rivolgere gli occhi verso l’alto, per contare altri più infiniti passaggi e scie – basterebbe così poco, a decidere da che parte stare, a fregarsene di cosa sia più vero e più onesto, e una volta per tutte sbattersene di quel che si è lasciato indietro, delle potenzialità inespresse o tralasciate, misconosciute, delle opportunità scampate e di cosa sarebbe stato solo se.
Potrei decidere persino di ricordare d’essermi persa in quella nebbia, così alta e densa in quei giorni, di ricordare il momento esatto in cui ho sentito parole promettersi, affacciarsi sulla soglia della voce e rimandarsi, potrei decidere che è rimasto tutto lì: nel luogo dell’appuntamento rimandato, ancora ad aspettare. Potrei decidere le cause, le giustificazioni, e anche i vantaggi dopotutto.
E se ancora i passi e le parole e i gesti non li sento miei, potrei decidermi ad adottarne degli altri, e degli altri ancora, fino a dimenticare ogni senso d’appartenenza e non sentirne la mancanza. O fare mio quel tratto di silenzio che mi separa dall’appartenenza. Ricavarmi un letto nella spiaggia di polvere e sale di quel mare prosciugato. Scavare anch’io come quel cucchiaino che incessantemente mi scavava dentro e che ora se ne sta sdraiato inerte sotto al pendolo che si è fermato, accanto alla fiammella immobile di una candela accesa che non brucia più, ad una sigaretta che non si consuma, sotto una coperta di sonno che non riposa e ad un foglio ingiallito e stropicciato di intenzioni.
D’altronde, non è neanche così. E non lo so dire.
Poco più di niente, quest’incresparsi e accavallarsi delle ore come onde, come onde che le si crederebbe davvero esser qualcosa di reale, le si crederebbe sorgere, sollevarsi e infrangersi e dissolversi, ma non sono niente, o poco più di niente, un inganno che fa presa sull’ingenuità dei sensi, niente di più facile, come costruire una verità qualsiasi agli occhi di un bambino, pronto a creder a qualsiasi verità purché sia unica, anche se non fosse vera, purché sia la sola, ché sia possibile prevedere e attendere qualcosa, e così poi per tutta la vita, costringersi ad accettare le prove del tempo, e i termini per nominare i suoi capricci, fingendo di possederlo e poterlo domare, di poterlo dosare e farne scorta per quei tardivi o precoci inverni fuori stagione in cui soltanto volersi rintanare e nascondere il viso sotto a un cuscino e abbracciare coperte, e quasi voler scomparire immersi in una nebbia di suoni e fumo e tende: ne restino fuori l’aria sbiadita e i colori stinti della sera, meglio l’appena percepibile disegno del disordine di una stanza che è quanto di più simile a me possa immaginare, meglio persino il conforto di una tristezza sconcertante ma familiare, e avere allora il coraggio di ammetterlo che sì, forse è meglio che resti sola a scoprire che è ancora tutto qui, ad aspettare immobile di esser ritrovato, scatole fogli disegni odori, i colori dell’inverno che riesce ad attraversare le pareti e permeare le stanze di quell’eterno sapore di quotidianità e immobilità, fino a sapere che non sarà mai finita.
Sempre le stesse ore torneranno come onde a raccogliere i frammenti di sé e ricomporsi e riproporsi come identiche l’una all’altra all’ingenuità dei sensi, e invece è ancora la stessa, sempre la stessa ora, la stessa onda, che non è niente, o poco più, solo una corrente d’aria capitata su sostanza debole e arrendevole, acqua o tempo che sia, un’illusione.
Ricordo ancora a memoria le parole. Delle canzoni. Ricordo qual era la voce mia, ricordo bene le seconde e le prime voci, ricordo che non era molto tempo fa e ricordo perfettamente che sapevo che sarebbe finito. La voce si impastava col sapore dell’irripetibile. E l’aria si incendiava fulmineamente e saliva un calore che annebbiava la percezione dello spazio: non esisteva nessuno lì attorno, nessuno ascoltava, fuori dal tempo, fuori dallo spazio, adesso o mai più, come quando devi partorire: sei lì, Tu sei lì, e nessuno lo può fare al posto tuo, e non ti puoi tirare indietro. Me lo diceva sempre mia madre, che è così quando devi partorire. Me lo diceva ogni volta che l’ostacolo di fronte a me sembrava insormontabile, ogni volta che dicevo che non ce l’avrei fatta mai.
E mica lo sapeva se ce l’avrei fatta o no, mica ci pensava se fosse possibile o no, se ne fossi davvero capace oppure no. Ma era la sola cosa giusta da dire. Era la sola cosa giusta da credere, anche sapendo che lei stessa forse mai se n’era convinta per sé se non quando doveva partorire.
Sei lì, Tu sei lì, e nessuno lo può fare al posto tuo, che venga bene o venga male, e mica lo sai se ce la farai o no, mica ci pensi se sia possibile o no, ma sai che è l’unica cosa giusta da fare, l’unica cosa giusta da credere per non esplodere, spegni le luci fuori dagli occhi e ingoia il silenzio, e la voce vien fuori, o vengon fuori le note, viene fuori qualcosa, foss’anche un urlo spiazzante per lasciar tutti impietriti e attoniti, ma cazzo qualcosa deve uscire da queste mani, da questa voce,
esplodo.
Ricordo ancora a memoria le parole, ricordo istintivamente l’altezza e ricordo l’istinto a seguire il filo invisibile con lo sconosciuto accanto o con i passi o i pensieri lì attorno, o con niente. Il filo invisibile tra me e niente, appendervisi senza saper dove ti porta.
Conoscer se stessi per conoscere fin dove la voce si può spingere e tentare.
Conoscere se stessi per potersene dimenticare.
Fin dove la voce può arrivare, fin quando finiscono le parole; fino ad ora; ancora,
un’altra possibilità.
Che non tutto quel che viene sia una ferita, che non tutto resti solo come macchia o cicatrice.
Amen.
Non ci sono messaggi, sotto il tappeto o sotto il cuscino.
E le voci che chiamano o domandano, sono mute.
Fall back again, fall back again, un’altra voce canta.
Si sono spenti i fuochi agli angoli delle piazze
Appartengono ormai ad un'altra storia, ad un altro tempo, e d’altra parte, lo si poteva leggere
Già nel loro bruciare vorace, ingordi, ingordi hanno avvinghiato le anime caute di passaggio,
raccolte in un cerchio e le hanno impazzite, dimenate e costrette ad affannarsi, a correre contro e verso un fuoco, spezzando il loro incedere lento e cauto, e la corsa è diventata una danza, e la prudenza una rabbiosa ebbrezza, l’esitazione un insopportabile prurito, una nausea tanto estesa, che era impossibile non reagire serrando gli occhi e avventarsi dissennatamente nella mischia, era impossibile ed intanto che la danza si cibava ormai di se stessa, i fuochi agli angoli delle piazze finivano di divorare tutt’attorno e infine sazi,
silenziosamente si spegnevano;
intanto che nessuno aveva più occhi per accorgersene, intanto che della prudenza e della diffidenza non era rimasto che qualche sgualcito brandello calpestato dalla fretta furiosa di danzare quel po’ di vita; intanto, si sono spenti i fuochi agli angoli delle piazze.
Si sono spenti i fuochi negli angoli degli occhi;
riaprendoli, tutt’attorno non era più notte, e la luce del mattino invitava soltanto a tornare alla propria secolare decenza e compostezza, e vi siete salutate, anime caute, con un serio cenno del mento o tutt’al più una stretta di mano, verso diverse direzioni dirette.
Si sono spenti i fuochi negli angoli degli occhi.
Mi hai detto un pomeriggio, e mi è venuto da ridere, ma era dolore; non sofferenza da voler piangere, solo dolore, come una martellata su un dito o un pugno nello stomaco,
mi hai detto che ti riconoscevi in quello che non riesce a scaldarsi ché in un fuoco accesso vede già la cenere, chè in un fuoco accesso sente già il tremore del freddo del ricordo che ne sarà di quel calore del fuoco acceso quando non ne sarà che cenere. Me l’hai detto che era pomeriggio e c’era il sole, e mi è venuto da ridere ma era dolore.
C’è ancora il sole, e non è poi così tardi.
Fall back again, fall back again.
Come sei lontano tu, chilometri e chilometri.. come è lontano il verde delle foglie; e il tronco del castagno come è lontano; e come sono lontani la valle distesa in una conca buia e le luci lontane disseminate tutt’attorno sui pendii, e come sei lontano tu.
Come sei dappertutto adesso come da sempre, ma ora senza un nome e senza un volto in ogni cosa mentre una volta ogni cosa era il tuo volto e ogni silenzio pronunciava il tuo nome.
Come sei irrisolto. E come rimani ancora incapace di superarti. E adesso che forse saresti disposto a tendermi la mano e a cercare la mia mano tesa che ricordi offerta, la mia mano è arresa. E si abbandona, la mia mano, a carezze rassicuranti che tu non hai saputo insegnarmi, che non hai voluto imparare insieme. Si è arresa, e ora è di nuovo il tuo turno per restare sospeso e incerto. Io ho scelto di lasciare ad altro e ad altri il tuo posto vuoto, di guardare in altri occhi, in occhi che sappiano leggere i miei silenzi e scivolarci su. E come sei lontano e irrisolto, con il tuo accanimento nel volgerti dall’altra parte, con il tuo ostinato riavvolgere discorsi fino ad ottenere che non significhino più nulla. E io ti ho lasciato lontano, un po’ su una panchina un po’ sotto al castagno un po’ a quella finestra, ti ho lasciato alla tua metodica distrazione. E perdonami se mi riservo l’orgoglio di averti vinto senza rancore, e di sentirti così lontano.
Amor ch’amato ha invano, non perdona, non perdona..
Ha picchetti per scalare le pareti dell’inconscio;
amor ch’ ha amato invano, invano torna; un fantasma, lo spirito d’un morto insoddisfatto,
che vuole, pretende, giustizia, vendetta.
Amor ch’amato ha invano non lo ingoi una volta sola,
non s’accontenta di un assaggio, vuole esser masticato, strappato con i denti,
amor ch’amato ha invano invade i sogni,
eterna ombre che attendono per sempre di prendere colore,
due ombre in un sogno, una fantasticheria, in cui finalmente son quelle giuste le parole,
e non si perdono nell’aria, non si disperdono sopra al lago tra i guizzi dei pesci alla sera, o tra i margini taglienti delle montagne all’orizzonte, o peggio nella gola incapaci di fondersi alla voce.
Amor ch’amato ha invano è un bacio a mezz’altezza, tra la fine del collo e la spalla, tra gli occhi aperti dopo il sogno e quelli serrati dello spavento, è un pianto di violino che non s’alza.
Amor ch’amato ha invano è la paura d’un sigillo che per sempre chiuda la lettera mai spedita, è la paura d’una confessione tardiva, affannata dalla corsa, amor ch’amato ha invano è una rincorsa
presa da troppo lontano.
Si sveglia presto la sera, quando la luce si fa fioca, e s’addormenta al mattino per scacciare il ricordo d’aver amato ancora solo qualche ora prima e ancora invano.
L’amore invano osato è il coraggio a fatica radunato e scivolato dalle mani, è l’oltraggio della sorte al tentativo d’esser vivi, e inspirato lentamente s’adagia nello stomaco;
è l’impresa eroica senza testimoni.
Gridare un “t’amo” muto gettando l’amo in un mare estinto,
aspettando con strenua pazienza di ripescar se stessi.
Guarda:
di notte, tutto si veste di altri significati. Altre forme, d’altre scenografie le strade assumono le sembianze d’un’altra storia; d’un altro teatro si svela il palco.
Guarda:
tutto questo la mattina non è più. Passano durante il tuo sonno gli spazzini anonimi e silenziosi a rassettare la città. Raccolgono i resti rimasti per terra, d’avanzi di pasti consumati per strada.
Guarda:
guarda su. Le stelle hanno invaso il cielo, è una notte bellissima.
Vedi,
di notte il ricordo svanisce di solito
della vita trascorsa solo alcune ore fa.
Anche il cielo, dimentica d’esser stato chiaro, frustato dal vento e sgombrato delle rade nuvole leggere.
Così io dimentico d’aver pensato “sarà una bella notte dopo tutto questo vento”.
Guardo, gli occhi rivolti in alto, la strada la conosco, la conoscono le ruote e se la fan da sé,
io guardo in alto:
guarda,
adesso più che mai, che senso hanno avuto i nostri discorsi?
Trovami un senso alla ricerca del senso, che non sia non avere il coraggio di affrontare la realtà.
Che non sia non aver voglia di nulla. Che non sia, la mancanza d’un senso, una scusa per sottrarsi alla fatica e ai rischi di scoprire ed esporre se stessi. Che non sia una scusa per non dirci tutto, qualsiasi cosa, tutto. Senza remore. Senza il timore che non abbia senso. Dirsi tutto.
Dirsi tutto.. Non diciamoci niente.
Che senso hanno avuto le nostre odi al dolore? Guardati. Attorno.
Sì sì, noi soffriamo, lo so, e soffriamo davvero.. soffriamo davvero? Sì, davvero. E abbiamo dolori con radici affondate come unghie nella carne, e ne abbiamo di superficiali e pungenti.. sì, proprio come i piccoli tagli sulle dita, quelli vicino all’unghia, tanto piccoli e superficiali da non potertene lamentare per la vergogna di come sarebbe banale; ma intanto non riesci a non pensarci, e per ogni cosa che sfiori, o infilandoti un guanto, o passando la mano sotto l’acqua, così, banalmente, te lo trattieni dentro, ma fa male. O come un lieve dolore nel fianco, o come un raffreddore, ce li portiamo dietro con affettata noncuranza, con quel poco d’orgoglio che accompagna questo inutile stoicismo.
Non c’è una ragione, per cui anche la soluzione è arbitraria, fai come vuoi, che senso hanno avuto le nostre odi notturne alla vita?
Che senso hanno avuto gli istanti accecati di sole tra le fronde di un albero, che senso hanno avuto i silenzi?
Diciamoci tutto, oggi più che mai. Diciamoci tutto, e siamo assoluti.
Non diciamoci niente.
Non c’è niente da dire.
Ma come puoi tu essere assoluto? Tu che sei legato alla terra, e non in senso metaforico: la terra quella vera, quella che sporca le mani e che ti resta nelle unghie malgrado tutto come segno inopinabile della tua appartenenza, come una fede legata al dito, la tua fede è la terra.
Ma guarda: guarda un po’ più in là, e guarda in alto ogni tanto, stacca gli occhi dalle parole dei tuoi sacri libri, accendi la luce e taci la musica, sradicati e fai due passi, a perderti, perdìo! Ad arrivare dove non si conosce la strada, nel punto da cui non si sa più dove andare, prova che cosa si sente ad essere esposto, prova il coraggio di un figlio ripudiato.
E cosa dovrei dirti? tutto bene? Dimmi tutto, o non dirmi niente. Ma in entrambi i casi, lasciami andare.
Quand’è che insieme ci sveglieremo stanchi? ..insieme, non solo io?
Quando finalmente non sarò io a elemosinarti una confessione..
Quando saremo entrambi stanchi, io sarò stanca di voler ascoltarti, tu stanco invece di non aver capito. E saremo sempre impari.
Guarda:
non cercare le stelle di stanotte, guarda nelle notti limpide andate in cui dimenticasti di guardare in alto.
Guarda più in là di quel che vedi. Tu che ti accontenti d’esser sopravvissuto intero, di aver scampato la corruzione e ti vanti della tua eterna coerenza di roccia.
Tu non puoi permetterti d’essere coerente senza rinunciare ad esser giusto.
La coerenza non è affare di questo mondo, in cui nulla risponde alle ipotesi di senso fino a cui riusciamo a spingerci.
No che non li ho letti, sì lo so, sarai sempre un passo avanti, anche due, te lo concedo, sì sono troppe le pagine di spiriti di sacra levatura che non ho avvicinato. Sì lo so, e non ne vado fiera.
Ma io vado con il vento, e il vento a volte sfoglia le pagine per te, e mi ritrovo in mezzo a storie già cominciate o subito all’ultima riga. Non ne vado fiera, me ne vergogno anzi, di questa certezza che mai sarò capace di murarmi dietro barricate di carta, cartone e parole eterne.
Le parole han bisogno della voce, e io lo so, sì, non so parlare.
Ma tu non sai ascoltare, e non sai vedere quante voci ruotano in vortici nell’aria, e valgon tanto quanto i segni scuri sul foglio immacolato.
Tu hai solo risposte o solo domande? Rispondi.
Io già da tempo ho mischiato le carte e dal mazzo pesco ogni volta ad occhi bendati, o ormai già da tempo ho rinunciato ai ruoli e rispondo domande e domando risposte.
Delle vetrine non mi importa. Dei maglioni scontati appesi e affacciati dalle vetrine sulla strada, non mi importa. Della strada, non mi importa. Delle polveri sottili, non mi importa.
Non mi importa del buco nell’asfalto che frena la corsa, né dei lavori in corso che deviano il passaggio, o dei blocchi di cemento che deturpano il paesaggio, e non mi importa:
dei giacchecravatta che escono dagli uffici, del freddo forte e del maltempo, né del conflitto per l’accordo tra gli Oppositori all’approvazione del dissenso alla partecipazione al consenso alla protesta e gli Altri, né dell’esimio prof. Tal de’ Tali e la sua personalissima opinione emergendo dal rosso vellutato d’un bunker di carta-stampata d’epoca, né della posizione sul mercato internazionale del nostro-vostro più tipico prodotto locale, né delle banche e dei banchetti d’usurai in colletto bianco, o del banco degli imputati e di chi ci siede, no, non mi interessa:
della televisione e di chi ci crede, dei miei contemporanei e coetanei che sembrano modelli d’un catalogo di moda, né dell’umiliazione quotidiana della musica e della poesia, né della morale e del suo presunto decesso – pace all’anima sua – né del morale diffusamente sconfitto, né dello scoraggiamento e neanche dell’ascesa vertiginosa degli affitti in città, non mi interessa delle malattie che attraversano i continenti, non mi importa un tubo del piano migratorio degli uccelli, dell’immigrazione clandestina, dell’influenza assassina, del contante assassino, della guerra psicologica, delle teorie sull’informazione di massa, dell’evoluzione dei rapporti personali e sociali, delle feste di laurea, dei matrimoni da copertina patinata, del chiacchiericcio pettegolo nei supermercati, dell’insofferenza e dell’intransigenza non ne posso più, non me ne frega niente, non mi interessa del destino del mondo, del mio stesso destino, di essere o non essere felici, della felicità cos’è, delle mani che si sfiorano senza comunicare niente, degli occhi che si guardano e non si vedono, della vibrazione dell’ancia o della corda nel tentativo disperato d’esprimere qualcosa e sputarlo nell’aria e così svuotarsene le mani e rimetterle in tasca con noncuranza, fischiettanti, come se fossero innocenti, non me ne frega niente
se continuano a tenersi in casa armi cariche e poi s’ammazzano, non ne posso niente se certa gente non dovrebbe avere figli, non mi tocca se l’America è malata, non mi interessa chi non capisce non vuole capire o si convince che non c’è niente da capire, e poi:
non mi importa del vero e del falso, se esista qualcosa o niente che si possa dir veramente vero o veramente falso, dei giochi di parole, degli imbrogli elettorali, dei santi e della dannazione, della finzione o dell’autenticità di ognuno di noi con ogni altro, dei sogni infranti e dei sogni che rubano il sonno, se prima o poi tutto questo finirà o se prima o poi tutto tornerà come prima, se prima o poi tutto sarà più semplice o solo più sopportabile, se prima o poi.. poi:
della classe operaia, delle fabbriche in disuso, dei cantieri abbandonati, delle stracazzo di olimpiadi invernali e dei loro gadget, delle danze caraibiche e delle vacanze ad agosto, delle partenze intelligenti e delle intelligenze partite oltre il confine, delle estati fissate in fotografie e dei momenti indimenticabili schiacciati come gusci di noci dalla memoria, per ritrovarne dentro un frutto ormai amaro e secco e un panciuto verme, né
del sole che innaffia le pietre o che annacqua l’orizzonte, della magia nera nel segreto di stanze di paesi arabi o del nostro meridione, né dell’odore della pioggia dopo la pioggia, né delle nuvole rosse stagliate sopra il viale alberato al tramonto, né delle serate fuori spese a fingersi amici, né della gente a cui non piace la gente ma che fa di tutto pur di piacere alla gente,
non ne posso niente, e non ne posso più, non mi interessa.
Né dei prezzi troppo alti nei mercati, né dell’astuzia dei commercianti, né dello spirito d’osservazione dei commercianti di quartiere sfruttato a fini sociologici, né delle politiche di integrazione, né della trappola infernale del lavoro interinale, dei call centers, dei masters, degli stages, dei work-in-progress, delle agenzie, dei curriculum ingozzati come le oche per il foie gras,
dello status sociale dell’artista, del vero artista o del replicante calato nel personaggio, della certa sensibilità, dell’essere contro le canzonette non ne posso più, delle canzonette non ne posso più, del grande artista inamidato non ne posso più, della boria dell’artista, del sentirsi un po’ al di sopra, del sentirsi un po’ al di sotto, del troppo poco, del troppo tardi e del rien-ne-va-plus,
non ne posso più.
Dei centri di permanenza temporanei, dei centri di detenzione preventiva, dei centri di disintossicazione tardiva per celebri annoiati, dei centri di recupero giovanile, dei rinvii in patria, dei visti, degli espatrii, dell’amor patrio, dell’amor proprio, dell’amor ch’a nullo amato che non perdona, dell’amor che non si spegne e non tace ancora graffia, dell’amor che non torna, non se ne va, non è mai arrivato, dell’amor che morde e fugge, dell’amor che mente e sfugge,
e delle schegge di passato che inquinano il sangue, e delle lattine di birra che inquinano le spiagge, o degli ettari di terra e gli alberi da frutta carichi sotto il sole e abbandonati, rinchiusi dietro ad alte reti, da cui poter seguire di giorno in giorno il lento spreco della vita, senza poterle oltrepassare e raccogliere un frutto, l’assurda fine di un’esistenza inutile, seguirla piano con gli occhi e col pensiero, inermi e impotenti,
non ne posso nulla, non ne posso più, non mi importa più.
- sopravvivere, agire, essere svegli e pronti e scaltri senza troppi scrupoli, è necessario aver cesoie e forbici affilate per fare un buco nella rete e occupare gli spazi di nessuno, ed è necessario essere pronti a far tutto da sé, e non avere remore ricordi e rimpianti tra le mani,
non aver bisogno di niente e di nessuno, ti ricordi?
Ti ricordi ancora, come si fa?
Era qualcosa del tipo – non desiderare niente –
Era – non farsi illudere dalla più arcana delle illusioni –
Era – l’orgoglio. Ecco il suo nome.
Era la volontà, era la ferma decisione di non lasciarsi spezzare, ti ricordi ancora? –
E adesso non importa. Adesso, per un po’.
Sono scadute le vostre opinioni, e i tentativi di conciliare un compromesso,
senti la pioggia come graffia il silenzio,
sono scaduti i termini,
sono scaduti anche i sogni e i ricordi e i propositi e le intenzioni,
è scaduta la commozione, avariata è anche la commiserazione,
del resto, non resta più nessuno,
e nomi e volti sbiadiscono ogni giorno,
e le voci ancora non rispondono,
e ognuno fa da sé e pensa per sé.
Che importa al mondo che io finga che fuori ci sia il mare, e che questo rumore siano onde?
Che importa al mondo che non mi importi nulla..
Delle vetrine, degli spot, delle luci artificiali, degli slogan,
che non mi importi nulla, fuorché dei vasti spazi abbandonati semi nascosti da reticoli di parole.
Niente di straordinario.
Metheny, tu quant’è che mi insegui? Parlami stasera, stasera ti ascolto, che è buio, ed è silenzio.
Accompagnami. Mi ricordi le notti in macchina scorrendo per curve sospese in un nulla di buio denso, le notti senza lampioni ad illuminare la strada, la strada che ti si fa sotto alle ruote, mi ricordi la cornice di rami e foglie e erbacce alte attorno a curve illuminate soltanto dai fari e sospese in un buio di denso nulla. Non si parlava in quell’auto, si dissotterravano parole da sotto al silenzio, parole dal profondo della coscienza, calde e vere, come parlar con se stessi, o come il silenzio. Non si parlava. Ci si raccontava qualche storia. Ma non era quello della storia lo stesso senso del racconto. Raccontare era esserci e capirsi, saper sentire di essere vicini, riconoscersi fratelli. Non era il senso della storia, ma quello del racconto a svelarci che era possibile essere capiti e che si poteva anche non dirselo, non dirsi niente e continuare ad andare.
Era la fratellanza; io ho amato quegli inutili viaggi notturni per andare ovunque e da nessuna parte, purchè lontano, inutili viaggi di poche ore, e fermarsi in silenzio a guardare dal punto più alto che potessimo raggiungere il resto del mondo che era tutto lì, sotto di noi: la città maldestramente accomodata entro una vallata troppo stretta, appiattita alla nostra vista dall’alto, con le sue strade vuote e le sue poche luci inutilmente accese su strade vuote; noi, lassù in piedi e distanti, a parlare ad alta voce in piena notte, di monaci medievali e di rovine, di stanze private in cui convergenze magiche han dato vita a capolavori in anonime notti di solitudine e spesso anche di dolore, a parlare del senso della musica, della matematica della musica, dell’algebra dei ricordi, della geometria del caso, delle funzioni dell’amicizia, delle derivate dell’amore, dei limiti di una città sorda scomodamente sdraiata ai piedi di colline e monti sordi al richiamo della memoria, “noi eravamo lì un paio d’ore fa” “dove?” “laggiù.. lo vedi quel semaforo che lampeggia?”, per poi senza guardarsi mai né dirsi niente, insieme dirigerci verso l’auto di nuovo e tacere e ascoltare soltanto, la strada e la musica, tornare indietro, così. Li ho amati di una benevolenza pacata e serena, era la sensazione liberatoria del non desiderare niente di più, né di meno. Quegli inutili viaggi notturni di poche ore.
Metheny era troppi capelli e una foto in bianco e nero, era una strada con troppe curve e poca luce.
Quante volte ho amato ciò che ho amato per il solo presentimento che un giorno, in un giorno qualunque lontano da lì, me ne sarei ricordata e mi sarebbe mancato terribilmente, straziantemente l’avrei richiamato quel momento, e ho conosciuto l’appagamento di un desiderio ancora inespresso, che sarebbe venuto poi.
Come al momento dei saluti, in quella polverosa strada di paese, in quella casa, in quel cortile, in quella stanza straniera, quando con parole che non capivo e che non sapevo pronunciare, cercavo di spiegarti, che volevo chiudere gli occhi qualche momento prima di non sentir più le vostre voci, registrare quegli odori intensi, ora così scontati ma che una mattina, sul tram stracolmo di braccia indifferenti e sguardi nel vuoto o verso terra, tra muri alti incastonati di finestre chiuse, avrei sentito pulsare nello stomaco, assieme al segreto dei vostri occhi e delle vostre voci, di quella polvere sollevata da un vento leggero e frammista agli odori di spezie e di pane; o che un giorno, scivolando nel traffico tra le marmitte incazzate fumose e rumorose, un momento quel giorno, a mia totale insaputa, il mio inconscio disperato avrebbe tappato le mie orecchie, spento i miei sensi, offuscata la mia vista e interrotto il flusso d’aria tra i miei capelli, per accendermi dentro un silenzio immenso e azzurro cielo, quello del risveglio sotto i colpi di frusta di un sole accecante, dell’immobile arrendersi all’ipnotico infrangersi di suoni senza provenienza e senza direzione contro un azzurro immenso, devastante, immenso, ininterrotto, azzurro senza un perché, il silenzio estatico dell’assenza di tempo e di ragioni.
Non so più quando sia successo. Non so più su quali scaffali riporre i ricordi. Credevo una volta che tutto col tempo si sarebbe spiegato, richiudendosi in circolo su se stesso. Credevo che nel caos dei ricordi sarebbe da sé venuta a galla la coerenza del caso.
Quegli attimi sacri che rifuggono sempre qualsiasi forma di schermo o di inquadratura, hanno rifiutato sempre di appartenere ad una storia, ad un racconto, non sono fotogenici quegli attimi sacri, e non sono governabili. Continuano ad esistere come reti sul fondo del mare laddove è più profondo. Lanciate vuote e leggere, tornano in superficie colme e pesanti. E portano in barca vecchie scarpe, tesori naufragati, sabbia e alghe e più che mai vivi e incontrollabili desideri, sorridenti stelle marine e conchiglie rotte.
Come da vignetta, come il più prevedibile dei fumetti.
Né più né meno, anche per questo, poi non è mica niente di così straordinario.
Cosa succede stanotte, cosa mi agita come una vigilia di qualcosa? non posso riaddormentarmi; ci riuscirei, sì, ma non posso. L’urgenza mi preme. E penso: un giorno o l’altro dovrò spiegarti, ragazzo mio, com’è che si nasce diversi, ognuno a modo suo, e non c’è niente che possa farci niente, niente che possa modificare la direzione di quella peculiare inclinazione, senza apparire ad occhio esperto come una maldestra forzatura, come dell’uomo con le gambe pari che si finge zoppo; o viceversa. Dovrò spiegarti meglio come non sia un’invenzione questo sentirsi declinati secondo un paradigma proprio o poco condiviso, come non si tratti soltanto di una fantasiosa evasione dal recinto della ragionevolezza, quando non si resiste all’attrazione verso quel gusto largamente giudicato malsano del dolore o della malinconia, o al contrario della spensieratezza immorale o irresponsabile, dell’ignavia rassegnata o della frenesia, e non importa quale sia la discesa lungo la quale ci si lascia scivolare, il gioco è lo stesso e le stesse le regole.
Così può essere un nel corpo l’errore della natura che assilla la mente col richiamo ad un dolore, così può essere nella mente stessa, e questa non tralascia di riconoscerlo per quello che è ma il portarselo dentro non le impedisce l’impotenza del non saperlo estirpare.
E non è mio il corpo che agito insonne nel letto, già da tempo lo disconosco e non lo sento, lo trascino con me come una compagnia inevitabile, e lo agito nel letto senza riuscire a riposarlo, e lo osservo con l’estraneità con cui guardavo quella farfalla che proprio stanotte era capitata ad imprigionarsi qui in questa stanza, che sbatteva le ali rumorosamente, ed ora che è scomparsa sembra avermi lasciato addosso l’eredità della sua frenesia disperata.
E non posso a quest’ora chiamare chi mi ama e presso di lui trovare conforto, setacciare la sua voce rassicurante in cerca di pacifica concretezza, e dirgli che “certo che ti amo” che non è una promessa, ma una sentita constatazione, l’esito di lunga e riflettuta osservazione.. ed è per questo che la gente si fraintende, ed è per questo che la gente passa vite intere ad attenderne le conseguenze, ad aspettare di vedere avverarsi la promessa, senza capire che invece è tutto lì e non c’è niente di più o di meglio da aspettare.
Però so di essere io l’anello instabile di questa breve catena, così come so che quando ci si allontana la lontananza la si descrive in due ed è reciproca. Certo che mi manchi; ma questa mancanza non è abbandono e non è solitudine, al contrario una moltitudine di ricordi e di ricordi di idee mi affolla i pensieri, e in preda al sentimento di vecchiezza precoce mi sento lacerare, ugualmente attratta in entrambe le direzioni, tra ieri e domani, e tra un passato ideale e un altrettanto ideale prossimo futuro. Ciò che è reale, concreto, tangibile, sta tutto qui: nel rumore dei tasti, nel buio silenzioso delle tre del mattino, nell’ignoranza dei come, dei quando, dei perché.
E conto i tasselli mancanti, conto quelli dietro cui corro e conto quelli ormai irrecuperabili. La memoria ha assassinato i ricordi e non mi rimane che la nostalgia di ciò che non è mai stato.
Non mi rimane che questo corpo estraneo, e una vita che non assomiglia per niente a quanto desideravo. Ma che dopotutto è più di quanto abbia mai sperato di abbracciare, è più ed è meglio ed è tanto più perfetto in ogni sua imperfezione che non riesco a trattenere un singhiozzo di commozione e di dolore. Tutto questo silenzio, stanotte, non mi fa paura.